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Il Picco delle Nuvole

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta in inglese nell’antologia New Legends: CasterCastleCreature a cura di Visual Adjectives

Genere: Fantasy – per tutte le età.

* * * * *

Il Picco delle Nuvole

di Allison Wade

* * * * *

Le fate non sono fatte per volare con le ali bagnate. Lo diceva sempre sua madre nei giorni piovosi, e poi le preparava un infuso di camomilla e si sedeva accanto a lei davanti al fuoco.

Era così caldo e piacevole il fuoco, pensò Ninphea mentre si affrettava sotto la pioggia, e ora invece la legna era talmente bagnata che non si accendeva più.

Il freddo dell’acqua le pungeva le ossa. La larga fronda con cui aveva cercato di ripararsi era diventata troppo pesante per le sue braccia e aveva dovuto lasciarla cadere e guardarla scivolare via con la corrente che ruscellava lungo il sentiero. Si era posata un istante su una roccia, ma solo per darsi lo slancio e raggiungere la parete della montagna che saliva, nuda, a picco tra le nuvole grigie.

Si voltò a guardare la valle, che aveva quasi del tutto perso i suoi colori, il livello del lago era salito ancora nella notte e l’acqua era straripata cancellando le rive e lambendo il villaggio, si era infiltrata nelle stradine e negli scantinati delle case, e ogni tanto portava via qualche pezzo: una scodella, un vaso da notte, una sedia, una tovaglia ricamata.

La pioggia non voleva smettere. Continuava incessante da mesi, lavando via la gioia di vivere e strappando la forza dalle ossa. Quello che sembrava solo brutto tempo stava diventando una sciagura. Non sapevano come fosse successo e neppure da dove venissero quelle nubi temporalesche, forse era solo uno scherzo del destino.

Le fate anziane si erano riunite nella casa grande, avevano organizzato dei rifugi di fortuna per chi si era trovata con la casa allagata, e avevano deciso che l’unica cosa da fare fosse affidarsi all’antica magia. Dopo aver scelto le fate più svelte, le avevano inviate ai quattro picchi a cercare i denti di leone dei desideri. Avevano dovuto attendere molto, perché non era ancora stagione di soffioni, ma ormai la primavera era arrivata, e Ninphea era determinata a trovarli e a salvare la sua casa.

Le era toccato il Picco delle Nuvole, il più alto e il più ripido di tutti, così alto che spariva nel cielo e nessuna aveva mai visto la sua fine. Dicevano che lassù il sole fosse così forte e brillante che avrebbe bruciato le ali delicate e trasparenti delle fate, l’aria così rarefatta che le avrebbe lasciate senza fiato.

Si concesse un istante per riposare. Era intirizzita, il suo respiro si perdeva in nuvolette di condensa, aveva i capelli fradici che le scendevano sulla fronte come nere radici, le ali sgualcite come pergamena stropicciata, se le sentiva scomode e pesanti, le dolevano i muscoli della schiena, erano l’unica cosa del suo corpo a essere in fiamme, mentre le punte delle dita non le sentiva quasi più.

Chiuse gli occhi, i denti sfregarono tra loro per il tremito che non riusciva a contenere, provò a fare un lungo respiro.

Hai braccia forti e gambe robuste, diceva sua madre, le fate non sono fatte solo per volare, diventerai pigra e malaticcia se usi soltanto le ali.

Guardò in alto, seguendo con gli occhi l’andamento della parete di roccia, memorizzando la posizione degli spuntoni che sembravano più confortevoli.

La luce bianca che veniva dal cielo le fece fare un sonoro starnuto. Inspiegabilmente le venne da ridere, da piccole, nel campo dietro alla scuola, facevano sempre a gara a chi tratteneva più starnuti annusando l’infuso di erbe maleodoranti della fata maestra e si dicevano l’un l’altra “non guardare la luce!”, ma il ricordo dei prati verdi e fioriti che ora erano sommersi dalle acque le strinse il cuore fino a farlo diventare un sassolino freddo. Non doveva perdere tempo in sciocchezze.

Si decise e puntò il piede sinistro sulla prima sporgenza, si diede la spinta e slanciò le braccia per afferrare la roccia. Era scivolosa e tagliente. La strinse più forte e iniziò a salire.

Una mano dopo l’altra, un piede e una scivolata, la paura di perdere la presa e l’acqua che sferzava obliqua e le andava negli occhi annebbiandole la vista. Ma più su c’era un piccolo spiazzo, dove avrebbe potuto fare una sosta.

Si issò con un ultimo sforzo e finalmente riuscì a tirare il fiato. Si abbandonò, distesa sulla schiena, occupando quasi tutto il ristretto spazio piano, schiacciandosi le ali che erano rimaste un po’ storte e facevano male, ma aveva il respiro così pesante che non riusciva a muoversi e preferiva sopportare quel piccolo dolore, giusto il tempo di riprendersi, mentre l’acqua le arrivava addosso come aghi che le bussavano sul petto, le entrava dalle labbra non si sa bene se per affogarla o dissetarla, o tutt’e due.

Restò lì per un tempo che non riuscì a quantificare, forse per un istante si era anche assopita, finché qualcosa, come un’ombra, non scivolò sopra di lei.

Ninphea si tirò su con uno scatto, per poco non finì oltre il bordo e dovette aggrapparsi alla roccia con le unghie per non scivolare.

L’ombra davanti a lei si stava sporgendo curiosa. «Che ci fai qui?»

La fata sobbalzò riconoscendo la lingua degli umani.

Era un giovane uomo. Era vestito di pelli e portava un cappuccio da cui spuntavano ricci bagnati e due occhi blu come fiordalisi, come acque profonde. «Sei una fata?»

Ninphea si alzò del tutto e si schiacciò contro la parete fredda e viscida, come a volersi nascondere, ma non aveva vie di fuga: sotto di lei non c’era altro che lo strapiombo che aveva appena scalato, e sopra di lei un’altra salita di cui lui sbarrava il passaggio.

Il giovane uomo si fece più vicino. Ninphea indietreggiò d’istinto, il piede sinistro affondò nel vuoto, perse l’equilibrio, il peso del suo corpo sembrò volerla trascinare giù. Si aggrappò con una mano ma scivolò sulle rocce aguzze, sentì un bruciore acuto lacerarle il palmo e la presa che veniva meno, sbatté le ali più che poteva ma si muovevano lente e intorpidite e già avvertiva la sensazione di cadere.

Una mano forte si strinse attorno al suo braccio.

Per un istante si ritrovò sospesa a mezz’aria, un piede puntato nella roccia, il nulla immobile sotto di lei, l’aria fredda che le mulinava attorno, era come volare.

La mano calda diede uno strattone e la tirò su. Ninphea ritrovò il contatto con il suolo. Ma le gambe le tremavano e scivolò in ginocchio. Rimase lì un po’ con il cuore a martellare nel petto e il respiro pesante e irregolare. E quella pelle straniera a contatto con la sua.

Guardò in su. Occhi d’acqua erano ancora fissi su di lei.

«Stai bene?»

Finalmente Ninphea fece di sì con la testa. Conosceva la lingua degli umani, gliel’aveva insegnata sua madre, che faceva la guardia di frontiera, anche se i suoi unici contatti con loro avvenivano quando gli intrusi varcavano i confini della valle.

Non le piacevano gli umani, erano rozzi e prepotenti, e cercavano sempre di andare dove non era permesso, se non fosse stato per la magia delle fate avrebbero già da tempo conquistato anche quella valle.

Anche se c’erano accordi che duravano dall’inizio dei tempi e che prevedevano che gli umani non calpestassero la terra sacra, molto spesso cacciatori di frodo si avventuravano tra le montagne in cerca di stambecchi e capre selvatiche da macellare.

Non temevano neppure di entrare nella terra dei lupi, da ingordi quali erano, non avevano rispetto per nulla.

Eppure quel giovane umano, anche se l’aveva spaventata, l’aveva appena salvata da una caduta che avrebbe potuto esserle fatale.

La pioggia continuava a scendere impietosa su di loro. Ninphea si guardò la mano e vide gocce rosse che le imbrattavano il palmo.

L’umano si chinò su di lei. «Sei ferita?» e senza attendere risposta si mise a rovistare nella borsa di cuoio che aveva a tracolla, tirò fuori un pezzo di straccio che doveva essere un fazzoletto. Fece per prendere la sua mano ma la fata si ritrasse.

«Tranquilla, non ti faccio niente, voglio solo fasciarti quel brutto taglio.»

Ninphea ristette un attimo, esitante, ma poi si arrese e gli porse il palmo.

Lui la fasciò con cura. «Capisci la mia lingua?»

Ninphea fece segno di sì, muovendo lentamente la testa, senza smettere di fissarlo con gli occhi sbarrati.

«Mi chiamo Jaden» disse lui e poi le sorrise. Fu un sorriso tanto gentile e luminoso da lasciarla disarmata. Non pensava che gli umani potessero sorridere così, li aveva sempre immaginati sporchi e meschini.

La fata si alzò, appoggiandosi alla sua spalla, le gambe ancora un po’ traballanti. Lo fissò muta.

«E tu come ti chiami?» chiese lui, lasciandole finalmente la mano.

«Ninphea.»

Jaden guardò giù con aria pensierosa e poi tornò a rivolgersi a lei. «Cosa ci fai qui? Ti sei persa?»

Lei fece segno di no.

«Dove stai andando?» ora il sorriso sembrava un po’ incrinato, evidentemente quella strana non-conversazione stava diventando motivo di imbarazzo anche per lui.

Ninphea si rese conto che si stava comportando in modo scortese con la persona che l’aveva salvata, e forse valeva la pena rispondere. Puntò l’indice verso l’alto e guardò in su alle nuvole che nascondevano la sommità della salita.

«Anche tu stai scalando la cima? Be’ questo è proprio uno strano incontro» si grattò la testa. «Penso che potremmo fare la strada insieme, che ne dici?»

Ninphea corrugò le sopracciglia, si voltò leggermente, quel tanto che bastava a non perdere di nuovo l’equilibrio, e gli mostrò le ali, agitandole piano e spargendo in giro gocce di pioggia.

«Sei una fata, l’avevo notato, sai?» rise lui. «Non avrai paura di un misero uomo, vero?»

«Tu devi avere paura» rispose Ninphea cadenzando le parole e cercando di correggere il suo accento.

Jaden la fissò perplesso. «Non mi sembri così pericolosa.» Tirò fuori il bastone che aveva legato dietro alla schiena e lo ruotò nell’aria. «Ho guadato un fiume in piena e attraversato il territorio dei lupi per arrivare fino a qui. Non mi farò certo spaventare da un paio di ali.»

Ecco, ora sì che riconosceva la sbruffoneria tipica degli umani. Ninphea piegò la testa da un lato come se volesse osservarlo da un’angolazione diversa, aveva un che di rimprovero nello sguardo. «Sei un cacciatore?»

Stavolta fu lui a scuotere la testa per dire di no.

«Perché sei qui?»

«Devo raggiungere la vetta» rispose soltanto. Rimise a posto il bastone e sorrise di nuovo. «Che dici, riprendiamo la scalata?»

Ninphea scrollò le spalle mentre Jaden si aggrappava alla roccia e ricominciava a salire con una sorprendente rapidità; era evidente che i suoi muscoli erano più forti di quelli di un’esile fata, ma lei non poteva permettersi di essere lasciata indietro. Tornò alla parete per seguire i suoi passi. «Cosa cerchi?» gli chiese col fiato già corto.

«Mi hanno detto che su questo picco crescono i denti di leone» rispose Jaden senza voltarsi, continuando a salire, un passo dopo l’altro, instancabile.

Ninphea diede fondo a tutte le sue energie per stargli dietro. «Perché li cerchi?»

Lui si fermò per un attimo a prendere fiato. «Tu che sei una fata dovresti saperlo» girò la testa leggermente, per guardare giù, verso di lei. «È vero che i soffioni realizzano i desideri?»

Ninphea non rallentò, determinata a raggiungerlo. Arrivò alla sua altezza, gli si fermò quasi accanto. Appoggiò la testa alla roccia, chiuse gli occhi, inspirando profondamente. L’acqua le colava lungo la schiena, sotto gli abiti, infilandosi tra l’attaccatura delle ali, facendola rabbrividire e tremare. «È l’antica magia» bisbigliò. «Niente è più vero di questo.»

Lui le sorrise soddisfatto, poi riprese ad arrampicarsi.

«Aspetta! Cosa… quale è il tuo desiderio?» chiese la fata seguendolo.

Stavolta Jaden non si voltò, né rallentò. «Mia madre è molto malata» disse soltanto, con una nota cupa nella voce.

L’atmosfera si era fatta più nebbiosa, stavano entrando nello strato di nubi, l’aria era più rarefatta e la pioggia si era ridotta a un leggero punteggiare di spilli sul viso. L’umano era sparito dalla sua vista, nascosto dal bianco e dal grigio. Ninphea si trovò disorientata, faticava a vedere la parete di roccia e a seguire una direzione, ma la voce di lui si fece udire dal nulla: «Siamo quasi fuori!»

Ninphea sentì un tuffo al cuore, ritrovò la spinta per salire più su.

Oltre le nubi, il mondo si riaccese di luce e colore.

Il cielo era di un turchese che faceva male agli occhi, il sole splendeva tiepido, l’aria era pulita e asciutta, fu come rinascere a nuova vita.

Ritrovò Jaden e i suoi occhi di fiordaliso, l’umano aveva trovato un appoggio solido e le stava tendendo una mano.

Ninphea la afferrò riconoscente, sbattendo le ali per scrollarsi via le gocce di pioggia e darsi la spinta per l’ultimo salto.

Dall’alto iniziava a scorgersi la vetta.

La fata invece guardò giù, alla cappa grigia che copriva la valle. «La pioggia non smette» disse con tristezza.

«È per questo che sei qui?»

Ninphea fece di sì con la testa.

«Allora ripartiamo» la spronò l’umano e ritrovò la via tra le sporgenze di roccia.

Salirono ancora per un tratto quando Jaden sibilò: «Dannazione!»

«Cosa?» la fata non conosceva quella parola.

«Il nido di un grifone» indicò l’umano. «E non abbiamo abbastanza appigli per cambiare strada.»

«Non lo vedo.»

«Ora è vuoto, ma la madre potrebbe essere da queste parti. Dobbiamo muoverci in fretta.» Jaden accelerò leggermente il passo, Ninphea poteva sentire il suo respiro farsi più pesante. Sbatté le ali per aiutarsi nella salita; pian piano si stavano asciugando e le sentiva riprendere forza.

Uno stridio squarciò il cielo. Da lontano, un’ombra scura stava planando verso di loro, sembrava un segno di pennello su di una tela azzurra.

«Non ti muovere» bisbigliò Jaden. «Forse non ci ha visti.»

Ninphea si schiacciò alla parete, seguendo il volo irregolare dell’uccello con la coda dell’occhio. Era sempre più vicino, già poteva scorgere la testa bianca e spelacchiata, il suo strano grido che alternava grugniti e fischi, nitido nel cielo vuoto, si insinuava sotto pelle facendola rabbrividire.

Li aveva visti eccome, e aveva tutta l’intenzione di difendere il suo territorio.

«Riprendi a salire, svelto!» disse all’umano.

Jaden non se lo fece ripetere, ma il grifone ormai l’aveva puntato. Scese in picchiata su di lui. Era grosso, l’apertura alare misurava quasi una fata e mezza. L’avrebbe ferito, forse fatto cadere, Ninphea sentì che doveva fare qualcosa.

Si staccò dalla parete, lasciandosi andare nel vuoto.

Mentre cadeva all’indietro vide Jaden che alzava il braccio sinistro per proteggersi dal becco del rapace.

Chiuse gli occhi e si concentrò sul volo. Sbatté le ali, sempre più forte, sforzando i muscoli della schiena fino all’estremo. Il corpo in fiamme. Andava giù di testa in avvitamento, tagliando le correnti, in attesa di quella giusta, che l’avrebbe riportata su.

Arrivò quasi a sfiorare le nuvole. Aprì le braccia e le accarezzò con le dita, impalpabili come soffioni, ma finalmente sentiva l’attrito che la frenava. Sbatté più forte, si diede lo slancio con gambe e braccia come una rana che emerge dallo stagno e riprese a salire, sempre più in alto, sempre più libera nell’azzurro immenso.

Jaden era riuscito a spingere indietro il grifone, ma aveva perso l’equilibrio e metà del suo corpo era proiettato sul vuoto. Il rapace stava facendo il giro per tornare all’attacco.

Ninphea spinse di più, acquistando velocità, per poi fermarsi a mezz’aria, proprio davanti all’umano. Chiuse gli occhi, si concentrò, respirando profondamente, lasciando parlare la sua voce interiore.

Le fate avevano un dono, quello di comunicare con il cuore di ogni essere vivente, ma solo chi era solitario e selvaggio era in grado di sentirle, solo chi era puro e non contaminato da inutili pensieri, solo chi era libero.

Tese le mani in avanti, i palmi rivolti verso l’alto.

«Che fai? Vai via!» le gridò Jaden, ma lei non lo ascoltò, non era lì in quel momento, ma nel suo cuore. Sentiva i battiti rapidi, la sua paura, la sua pena. L’avrebbe protetto, perché era questo lo scopo di ogni fata: difendere la vita.

Irradiò il suo messaggio, che si propagò come un vento caldo.

Il grifone, che stava tornando in picchiata, le arrivò vicinissimo, ma poi virò bruscamente, sfiorandole appena la fronte con una delle sue ali. Poi volò via e raggiunse il suo nido abbarbicato tra le rocce aguzze. Rimase lì accovacciato, a osservarli con il collo storto e gli occhi neri e curiosi che ora non li vedevano più come una minaccia, ma come una parte del tutto, come un frammento di un mondo interconnesso.

Ninphea si voltò verso Jaden, stavolta fu lei a sorridergli e porgergli la mano, lo aiutò a ritrovare l’equilibrio. «Andiamo. Manca poco.»

Gli volò accanto, mentre finivano la scalata.

La sommità del picco delle nuvole era un ritaglio di prato verde come un tappeto di velluto. Ninphea si posò delicatamente e tese ancora la mano a Jaden per aiutarlo a tirarsi su.

L’umano si coricò sul prato, esausto, il petto che si alzava e si abbassava via via più lentamente finché il respiro non gli tornò regolare. «Ce l’abbiamo fatta» disse, guardando il cielo blu come i suoi occhi.

Si tirò su e tolse il cappuccio, mostrando ricci scompigliati e color del grano. Guardò quel piccolo fazzoletto di terra in mezzo al cielo. «Dove sono i soffioni?»

Ninphea indicò un punto alle sue spalle: un’unica piantina che spuntava da un ciuffetto di foglie verde scuro, una pallina bianca che oscillava appena alla brezza d’alta quota.

«Ce n’è solo uno?»

«Prendilo» gli disse la fata.

Jaden si alzò in piedi, ma si voltò verso il precipizio. Guardò giù allo strato compatto di nubi grigie che copriva tutta la valle delle fate. «Non mi hai ancora detto qual è il tuo desiderio.»

Ninphea gli si avvicinò, contemplando la vista insieme a lui. «Piove da molti mesi. Le acque hanno invaso la valle, presto non avremo più un posto dove vivere. Sono stata mandata per far tornare il sereno.»

«Allora prendilo tu» le disse Jaden.

La fata lo guardò sorpresa.

«Mi hai salvato dal grifone e ciò mi rende tuo debitore. Troverò un altro modo per aiutare mia madre, è più importante che tu protegga la tua gente.»

Ninphea si voltò e percorse i pochi passi che la separavano dal soffione. Si chinò e afferrò lo stelo con due dita. Lo strappò delicatamente.

Il fiore produsse un piccolo lampo di luce gialla, che solo lei poté vedere, l’alone dell’antica magia che dimorava nella linfa delle piante, quella che curava le ferite e guariva le malattie, quella che solo le creature magiche sapevano come utilizzare fino in fondo.

Tornò dov’era Jaden e gli porse il fiore. «Anche tu mi hai salvato, non c’è alcun debito tra di noi. Ci sono altre fate, che sono partite come me per scalare i picchi. Sono sicura che loro avranno trovato altri soffioni.»

Jaden si voltò e si rimise il cappuccio, stava andando via.

«Aspetta!» Ninphea lo afferrò per una manica. «Ti prego, prendilo tu.»

Lui la guardò pensieroso. «Sei sicura?»

La fata annuì, muovendo le ali come per accompagnare la sua risolutezza.

Jaden le concesse ancora un sorriso. «Va bene.» Prese con cautela lo stelo e si fermò con il fiore davanti al viso, la fata dall’altra parte. I suoi occhi d’acqua la fissarono tranquilli, come se stesse riflettendo.

Per un attimo Ninphea sentì il battito del suo cuore, cercò di leggere in quel blu profondo, ma prima che potesse afferrare i suoi pensieri, Jaden chiuse gli occhi. Rimase così pochi istanti, muovendo appena le labbra per pronunciare il suo desiderio silenzioso.

Riaprì gli occhi e soffiò.

I ciuffi leggeri si dispersero nell’aria attorno a loro, il soffio dell’umano si interruppe solo quando anche l’ultimo seme si fu staccato, lasciando uno stelo nudo e solitario.

«Dici che si avvererà?» le chiese Jaden.

«L’antica magia non tradisce mai chi chiede con cuore sincero.»

Lui si avvicinò al bordo e gettò di sotto ciò che restava del dente di leone; lo osservarono scomparire tra le nuvole. Quindi si sedette, con i piedi a dondolare nel vuoto.

«Cosa fai?» domandò Ninphea.

«Aspetto che smetta di piovere.»

«Ma…»

«Non avevi detto che le tue amiche fate sono andate a cercare altri soffioni?»

Ninphea annuì e si sedette accanto a lui.

«Sono sicuro che andrà tutto bene.»

La fata sentì una goccia solcarle la guancia. Guardò in alto ma il cielo sopra di loro era completamente terso, erano i suoi occhi a essere bagnati. Si asciugò la lacrima con il dorso della mano. «Grazie» disse.

«E di cosa?» chiese lui con il suo solito sorriso.

Ninphea allungò la sua mano bianca ed esile e la infilò dolcemente in quella ruvida e calda di lui. «Di aspettare insieme a me.»

* * * * *

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